top of page
Loc n1.jpg

LU SANTO JULLÀRE FRANÇESCO

di Dario Fo e Franca Rame

con Matthias Martelli
regia Matthias Martelli
regista assistente Ornella Matranga

scene Fabio Carpene
costumi Giovanna Fiorentini
luci Alberto Ciafardoni
suono Marco Ava

musiche originali Andrea Chenna
consulenti linguistici Flavia Chiacchella, Roberto Imperato

​

Produzione Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale e Teatro Stabile dell'Umbria

​

​​

Chi è Francesco d’Assisi? E che senso ha parlarne oggi? Fo scrive quest’opera due anni dopo aver ricevuto il Premio Nobel, che lo ha consacrato definitivamente con queste parole: «a Dario Fo, che nella tradizione dei giullari medievali dileggia il potere per restituire dignità agli oppressi». Così il giullare Fo racconta il giullare Francesco: un uomo ribelle, coraggioso, radicalmente fuori dagli schemi del potere e della convenienza. Non un santino plastificato e intoccabile, ma una figura scomoda, viva, capace di farsi specchio di ogni epoca. Ne nasce un monologo a più voci: in scena c’è un solo attore, eppure lo spettatore si trova davanti a un affresco brulicante di corpi, personaggi, voci. Si spazia dal comico alla poesia, dal grottesco al malinconico, senza mai perdere di vista l’ironia tagliente e la

risata. Lu Santo Jullàre Françesco, scritto sul modello di Mistero Buffo, alterna giullarate a immissioni in cui la vita di Francesco diventa uno specchio rivelatore per interrogare il presente. In scena, il teatro fisico – in cui l’attore è spogliato di ogni artificio e si affida solo alla potenza esplosiva della gestualità, della voce e del corpo – si combina con una forza linguistica assolutamente originale: lo spettacolo diventa un arazzo sonoro che intreccia lombardo-veneto, napoletanesco, volgare del centro Italia e grammelot, la lingua universale e senza patria inventata da Fo per attraversare ogni frontiera. Matthias Martelli, unico attore in scena, già protagonista di Mistero Buffo con la regia di Eugenio Allegri, raccoglie questa sfida, a ottocento anni dalla morte di San Francesco e a cento dalla nascita di Fo, e la rinnova con energia e rigore, restituendo al pubblico il ritratto di un Francesco contemporaneo – folle, necessario, luminosamente irregolare.

NOTE REGISTICHE

​

Negli ultimi quattro mesi ho portato Mistero Buffo e Lu Santo Jullàre Françesco in mezzo mondo. Anzi, nel mondo intero: Stati Uniti, Cina, Uruguay, Argentina, Brasile, Cile, Australia, passando per diverse città europee, da Madrid a Parigi, da Stoccarda a Nizza. Mancano ancora la Tunisia e la Grecia, dove andremo nelle prossime settimane. È stata un’esperienza vertiginosa, per la quantità e la varietà degli incontri: umani, animali, culturali, teatrali e paesaggistici. Fra le tante opinioni che ho cambiato, una convinzione ne è uscita rafforzata: l’universalità del teatro totale riscoperto da Dario Fo. Quando il corpo e la mimica si intrecciano così fortemente con l’invenzione vocale, ogni barriera cade e anche agli antipodi gli esseri umani si riconoscono, con la forza magica e poderosa del teatro fisico. È una connessione immediata, senza filtri, che viaggia sul filo dell’empatia: una qualità a cui forse, in questo tempo di violenza spietata dell’uomo sull’uomo, andrebbe eretto un altare. Il teatro, dunque, può far fiorire nel mondo l’empatia? Non mi spingo a tanto. Ma piantare qualche semino, in fondo, è quello che possiamo fare. Così nascono le foreste. Il mondo si è quindi aperto davanti all’arte giullaresca di Dario Fo, e anche io, quando sarò anziano, potrò sorridere soddisfatto, pensando: «Una volta, ho fatto ridere i cinesi».

bottom of page