

dom 11 ott
|Teatro Gobetti
TORINO - Lu Santo Jullàre Françesco
di Dario Fo e Franca Rame
Orario & Sede
11 ott 2026, 16:00
Teatro Gobetti, Via Gioachino Rossini, 8, 10124 Torino TO, Italia
Info sull'evento
Lu Santo Jullàre Françesco
di Dario Fo e Franca Rame
con Matthias Martelli
regista assistente Ornella Matranga
scene Fabio Carpene
costumi Giovanna Fiorentini
luci Alberto Ciafardoni
suono Marco Ava
musiche originali Andrea Chenna
consulenti linguistici Flavia Chiacchella, Roberto Imperato
produzione Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale, Teatro Stabile dell’Umbria
Nel 2026 tre importanti ricorrenze uniscono San Francesco d’Assisi e Dario Fo: ottocento anni dalla morte del patrono d’Italia, tra i santi più noti e amati al mondo, cent’anni dalla nascita dell’attore e drammaturgo vincitore del Premio Nobel e dieci dalla sua scomparsa. Per questa occasione, l’istrionico Matthias Martelli dirige e interpreta Lu Santo Jullàre Françesco, racconto toccante e ironico di una storia divenuta un vero e proprio archetipo del nostro patrimonio narrativo. La scelta di Francesco, il “Giullare di Dio”, ruota attorno a valori essenziali: povertà, pace e rispetto per il mondo. Questi principi, alla base della “rivoluzione francescana”, sono la vera modernità del dettato del Santo di Assisi. Martelli si muove sul filo di un racconto intriso di dolcezza, di leggerezza, di coraggio ma anche di satira decisa, sul solco del talento e dell’opera geniale del Premio Nobel.
Chi è Francesco d’Assisi? E che senso ha parlarne oggi?
Fo scrive quest’opera due anni dopo aver ricevuto il Nobel, che lo consacra con parole inequivocabili: «a Dario Fo, che nella tradizione dei giullari medievali dileggia il potere per restituire dignità agli oppressi». Così il giullare Fo racconta il giullare Francesco: un uomo ribelle, coraggioso, radicalmente fuori dagli schemi del potere e della convenienza. Non un santino plastificato e intoccabile, ma una figura scomoda, viva, capace di farsi specchio di ogni epoca.
Ne nasce un monologo a più voci: in scena c’è un solo attore, eppure lo spettatore si trova davanti a un affresco brulicante di corpi, personaggi, voci. Si vola dal comico alla poesia, dal grottesco al malinconico, senza mai perdere di vista l’ironia tagliente e la risata.
Lu Santo Jullàre Françesco, scritto sul modello del celebre Mistero buffo, alterna giullarate a introduzioni in cui la vita di Francesco diventa uno specchio rovente per interrogare il presente. In scena, il teatro fisico — in cui l’attore è nudo da ogni artificio e si affida solo alla potenza esplosiva della gestualità, della voce e del corpo — si combina con una forza vocale e linguistica assolutamente originale: lo spettacolo diventa un arazzo sonoro che intreccia lombardo-veneto, napoletanesco, volgare del centro Italia e grammelot, quella lingua universale e senza patria inventata da Fo per attraversare ogni frontiera.
Matthias Martelli, unico attore in scena, già protagonista di un fortunatissimoMistero buffo con la regia di Eugenio Allegri, raccoglie questa fiaccola, a ottocento anni dalla morte di San Francesco e a cento dalla nascita di Fo, e la rinnova con energia e rigore: restituisce un Francesco contemporaneo, folle, necessario, luminosamente irregolare.
Dichiara Matthias Martelli: «Fo ha scritto due versioni di Lu Santo Jullàre Françesco: la prima nel 1999 in lombardo-veneto (la lingua madre del suo Mistero buffo) con una giullarata in napoletanesco; la seconda nel 2014 interamente in un volgare del centro Italia, che mescola umbro, toscano e marchigiano con alcune inflessioni settentrionali. Nella mia nuova edizione, le due versioni vengono fuse in un unico spettro linguistico: Francesco è il Santo d’Italia, quindi ho voluto mescolare drammaturgicamente le due edizioni, toccando metaforicamente l’intera penisola. Ci saranno quindi una giullarata in lombardo-veneto, una in napoletanesco, due in volgare del centro Italia.
Le introduzioni attingono al testo di Fo per poi essere modificate e attualizzate, esattamente come Fo stesso faceva partendo dalla lezione dei giullari medievali: il testo non è un monumento da conservare sotto vetro, ma un organismo vivente da abitare e interrogare per restituirne la verità più profonda.»